Genitori 2.0 – Le capacità genitoriali delle famiglie migranti /2

(21.11.2016)
Manuela TARTARI, psicologa e psicoterapeuta, nel corso del seminario “genitorialità 2.0” ha affrontato il tema della valutazione della genitorialità delle famiglie migranti da parte degli psicologi dei servizi e del tribunale.

“Quando valutiamo le funzioni genitoriali – ha affermato  non osserviamo tanto le persone (il padre, la madre) quanto una relazione che ha come centro il figlio e cerchiamo di individuare la sofferenza intesa come l’incapacità di elaborare il dolore all’interno di un gruppo famigliare”.

Ma quali strumenti contiene la valigetta degli strumenti con cui gli psicologi entrano nella stanza delle famiglie? “Sappiamo che nel lavoro di valutazione effettuato nei servizi o per conto del tribunale non possiamo fare conto sull’alleanza terapeutica; il rapporto non è fondato sulla fiducia e spesso le persone con cui abbiamo a che fare temono il nostro lavoro e sono alla ricerca della risposta “giusta” da darci. Quindi ci muoviamo su un terreno di analisi che non è il campo originario del nostro lavoro di psicologi. Questo ci costringe a utilizzare  strumenti maggiormente ancorati ai comportamenti delle persone che non al loro mondo interno”.


Tartari ha poi citato alcuni casi. Come quello di “una relazione che evidenzia una mancanza di attenzione nei confronti della figlia da parte di una mamma nigeriana. La valutazione si basa sulle osservazioni effettuate dagli operatori arrivando alla conclusione che la mamma non filtra e si mostra incurante delle emozioni della bambina  e manifesta, invece, una cura minuziosa dell’aspetto esteriore  scarsamente supportata da affetto”. Dopo quella relazione “viene dichiarata l’adottabilità della bambina perché la mamma viene ritenuta poco attenta e poco disponibile all’affettività nei confronti della figlia”. Tra le alte cose viene evidenziato “come la mamma parli a voce alta, come l’accudimento si manifesti con gesti bruschi come se tutto questo dimostrasse mancanza di affettività. Valutazioni che seguono il nostro metro giudizio, senza porsi il problema degli usi, delle consuetudini, dei modi di mostrare affetto di altre culture”.

Un altro esempio riguarda “una mamma marocchina che, improvvisamente, porta la figlia in Marocco e la affida alla propria famiglia di origine.  La relazione evidenzia come questa scelta “non tenga in considerazione le conseguenze, per la bambina, del distacco dalla figura materna”. Il Tribunale, quindi, ordina il trasferimento immediato e il ritorno della bambina. Appare in seguito evidente come, per quella mamma, portare la bimba in Marocco dalla sua famiglia di origine fosse l’unico modo per proteggere la figlia dal marito violento”.

Dagli esempi, appare evidente come sia necessario “vedere le situazioni non dal punto di vista del deficit ma della crisi. E questo è vero soprattutto nelle famiglie che hanno vissuto la crisi dell’emigrazione e, in seguito, del ricongiungimento famigliare. Le famiglie non arrivano insieme nel nuovo Paese, spesso i mariti sono raggiunti dalle mogli e dai figli in un momento successivo. E i bambini si trovano a crescere in un mondo che non è il loro”.

Le famiglie “arrivano da contesti nei quali esistono rapporti plurali e responsabilità allargate, diverso dal nostro in cui esistono famiglie mononucleari e responsabilità genitoriali allargate. Nei paesi di origine, spesso, la genitorialità è diffusa e viene condivisa all’interno di nuclei famigliari allargati”.

“Queste famiglie arrivano in Europa e la donna migrante – ha aggiunto Tartari – deve interpretare il ruolo di madre in modo del tutto diverso rispetto a un contesto di grande condivisione che, nei paesi di origine, si esprime già nella fase della gravidanza e attraversa le diverse fasi della crescita dei figli. Nelle nostre città, nei nostri territori, invece, la famiglia migrante si trova a vivere isolata e senza altre figure di riferimento. Come capire, per esempio, la scelta di una mamma che non denuncia il marito abusante se non con il fatto che, facendolo, si sarebbe trovata contro tutta la famiglia? In alcune culture una moglie non può denunciare il marito, pensa l’espulsione dalla comunità marocchina. Una fatto che, per quella donna, è equivalente alla morte”””.

Si tratta di situazioni che interrogano “le possibilità che abbiamo di riconoscere, di comprendere  culture diverse e di venire a patti con loro. Una cosa che può avvenire chiedendo a queste comunità la promessa di accettare, riconoscere e affrontare la sofferenza e il dolore dei loro bambini. Si tratta di aiutare le famiglie a riconoscere che i loro bambini stanno soffrendo a causa del processo migratorio. Da parte nostra dobbiamo chiederci sempre che significato hanno quei dati comportamenti di quelle famiglie, di quei genitori, abbandonando la tendenza a considerare tutto come deficit”.

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