Genitori 2.0 – La genitorialità nelle famiglie multietniche /1

(21.11.2016)
Come si esprime la genitorialità nelle famiglie composte da persone di etnia diversa? Quali problemi incontrano? Come l’impatto culturale condiziona la funzione genitoriale?

Sono alcune tra le domande a cui ha tentato di rispondere giovedì 27 ottobre il secondo appuntamento di “genitorialità 2.0” il ciclo di incontri organizzato dall’Associazione Il Melo insieme alla Camera Minorile di Torino.  A condurre l’incontro Sabrina Farci, vice presidente de Il Melo che ha introdotto gli interventi di Stefano ARDAGNA e Alessandra LANZAVECCHIA, avvocati e fondatori della Camera Minorile di Torino.

Stefano Ardagna
Per Stefano Ardagna, che nella Camera  Minorile riveste il ruolo di presidente, “le osservazioni e le relazioni degli operatori sui minori stranieri possono essere causa di scelte non corrette da parte dei tribunali”. Questo accade quando  gli operatori si fermano a una prima, superficiale, lettura dei fatti.

Ardagna ha citato alcune relazioni dei servizi. Come quella dell’operatore che scrive: “Tra mamma e bambino manca aggancio visivo”, ignorando che in alcune culture (quella africana per esempio) lo sguardo non è considerato oggetto di scambio affettivo. Oppure un’altra che valuta negativamente “il papà che non gioca col bimbo” o la stigmatizzazione della “mamma che in occasione degli incontri porta ogni genere di alimento” (in alcune culture c’è l’abitudine a dispensare cibo)

Certo la cultura non è l’alibi per giustificare modalità violente o abusanti…

Sono parecchi i casi di segnalazioni nelle quali, fin dai primi colloqui, la lettura della storia del nucleo famigliare appare orientata, con un racconto dei fatti avvenuti nel luogo d’origine e di quelli relativi all’emigrazione, frammentato se non addirittura assente.

Di qui l’importanza di creare una rete multi professionale (antropologi, etno-psicologi ed etno-psichiatri) e di  ricorrere al “mediatore culturale” che non deve essere solo un traduttore ma ponte tra culture diverse.


Per Alessandra Lanzavecchia, “la costruzione delle diagnosi psichiatriche presenta una sempre maggior patologizzazione delle madri straniere”. Questo mentre negli incontri nei luoghi neutri, già di per sé stessi complessi, al tempo ridotto si aggiunge l’aspetto linguistico e succede spesso che alle famiglie straniere venga imposto di parlare in italiano.

Lanzavecchia cita il caso degli  incontri in luogo neutro tra un padre marocchino e la figlia che improvvisamente diventano terreno di conflitto. Solo in un momento successivo si scopre che questo è dovuto alla sostituzione dell’operatore (maschio) con una donna giovane. Un fatto che inciderà sulla valutazione delle capacità genitoriali del padre.

Problemi analoghi si verificano nelle strutture comunitarie mamma-bambino, dove a volte risulta difficile veicolare regole non sentite, non fatte proprie dalle madri.

Lo stesso vale per gli affidamenti etero famigliari. Le famiglie affidatarie dovrebbero creare un ponte mentre spesso si manifestano difficoltà di comprensione con il rischio che i genitori naturali vengano “stigmatizzati” dalle famiglie affidatarie

Problemi che potrebbero essere affrontati con un miglior uso dei mediatori culturali. “C’è un’indagine sulla presenza dei mediatori culturali nei processi civili da cui emerge come, nelle regioni del centro, il 60% dei territori utilizzino mediatori culturali contro il 40% dei territori del sud. Al Nord, invece, tutti i territori ricorrono ai mediatori culturali utilizzandoli però solo come traduttori (fa eccezione Torino)”. Tutto questo mentre solo Torino e Catanzaro dispongono di esperti etnopischiatri e antropologi nominati dai Giudici.

Solo in 3 città del Nord e 2 del Centro sono presenti  Centri di psicoterapia per stranieri che, viceversa, mancano completamente nelle regioni del Sud mentre “la presenza di mediatori culturali nei servizi risulta in buona percentuale al Nord e al Sud e piuttosto limitata nel Centro”.

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